Il 20 marzo del 2009 passava su “Sci Fi Channel” l’ultimo episodio di Battlestar Galactica. Si concludeva con quei 50 minuti uno dei momenti più belli che la televisione abbia mai donato all’umanità. Non era mica un gran finale ma… chissenefrega: quella serie è stata così bella per 75 episodi che neanche Night Shyamalan avrebbe potuto infracchiarla.
Se l’hai vista, sai di cosa parlo. Se non l’hai vista, scarica quel clamoroso inizio e cerca di staccarti dopo quell’ottovolante di eventi che conduce alla distruzione del mondo e alla ricerca della terra promessa. Battlestar Galactica è una religione. Quella storia è un dio.
Le storie bellissime tendono a depositarsi sul fondo dei tuoi pensieri. Ti hanno cambiato la vita, come nessun altro dio potrà mai, e tu ti puoi permettere di non mostrare loro continua devozione. Poi, per caso, passi davanti a una carrellata di foto in rete e, all’improvviso, ti torna in mente un motivo – marginale, ma mica troppo futile – per cui amavi quella storia.
Eccone uno. Cinque anni dopo la conclusione della serie.











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